Prestigio di una Scuola d'Arte
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Al primo direttore
Luigi Cavenaghi, affiancato
da un consiglio di cui facevano parte Giuseppe Bertini - l’artista amico di
Gian Giacomo Poldi Pezzoli -, Carlo Ermes Visconti e Tito Vignoli, molti altri
sono succeduti fino al pittore e incisore Luigi Timoncini, chiamato a
reggere la Scuola nel 1994 dopo la scomparsa, avvenuta l’anno precedente, dello
scultore Carlo Paganini. Non potendo elencare qui tutti i predecessori è giusto
almeno far menzione dell’architetto Alfredo Melani, che fu a capo della Scuola
per venticinque anni, dal 1898 al 1923, e dopo di lui, in un clima che tramontata
ormai la stagione del Liberty volgeva al Novecento, del pittore Esodo Pratelli.
Tra i docenti piu' noti Agnoldomenico Pica ricordava, senza pretendere a compiutezza,
gli architetti Romeo Moretti, Leonello Pica, Gaetano Marzola, gli scultori Vitaliano
Marchini, Eros Pellini, Carlo Russo, Felice Mina; i pittori Leonardo Spreafico,
Gianfilippo Usellini e con loro il ceramista Nino Strada, i grafici Carlo Dradi
e Pino Tovaglia. Anche nelle schiere degli allievi - il cui numero e andato
oscillando di anno in anno da 150 a 500 all’incirca - non sono mancati certo
nomi divenuti a vario titolo illustri, come ad esempio quelli dei pittori Giuseppe
Palanti e Carlo Carrà, degli scultori Leone Lodi e Umberto Milani. In particolare
Carrà allora di professione “decoratore murale”, frequentatore della Scuola
negli anni 1904-05 di ritorno da Parigi e Londra, prima di iscriversi all’Accademia
di Brera, vi si distinse (egli stesso lo ricorda nella sua autobiografia) conseguendo
il primo premio di decorazione, di lire 500, e quello Noseda di 175 lire.
Come già si è accennato,
la Scuola del Castello ha avuto di mira nel tempo un continuo aggiornamento
dei propri programmi, in un fertile rapporto di interazione e di reciproca
influenza tra docenti e allievi. Se inizialmente i modelli per la lavorazione
ed i progetti potevano essere forniti dal museo, in seguito si sono sempre
più coltivati lo "spirito di osservazione, le facoltà analitiche
e le possibilità immaginative" degli apprendisti.
La Scuola è stata inoltre
fornita di una propria biblioteca, divenendo anche sede di incontri e dibattiti
con artisti e studiosi quali Bruno Munari, Gillo Dorfles, Silvio Ceccato,
Giorgio Mascherpa.
Un passo ulteriore è stato
infine compiuto, dando vita a un corso di progettazione grafica e per la
comunicazione visiva, ricorrendo agli elaboratori elettronici in una prevista
fase di approfondimento.
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La Scuola e il Museo di Arte Applicata del Castello Sforzesco:
un rapporto storico.
Lo stretto rapporto tra la Scuola Superiore
d’Arte Applicata all'Industria e le Raccolte d’Arte Applicata presso i musei
civici del Castello Sforzesco è storicamente testimoniato, prima ancora che
da precisi episodi di collaborazione di cui più avanti diremo, dagli scopi statutari
contenuti nell’atto di costituzione della scuola, adottato con regio decreto
nel 1882 e dalle vicende relative alla formazione del museo stesso.
A quell’epoca la Scuola e il neonato Museo
Artistico Municipale coabitavano all’interno del Padiglione dei Giardini Pubblici,
antico edificio piermariniano, eretto sul chiostro del disciolto monastero delle
Carcanine, successivamente restaurato e ampliato dal Balzaretto, esistente fino
alla fine del secolo là dove ora sorge il Museo di Storia Naturale. Il Comune
di Milano aveva recentemente costituito il proprio museo artistico (1878) inglobando
il patrimonio di arte applicata dell'Associazione Industriale Italiana, un ente
privato che, dal 1874, aveva sede proprio all’interno del Padiglione. Quest’istituzione
benemerita si proponeva di incrementare il gusto estetico nella produzione artigianale
italiana attraverso l’osservazione e l’imitazione dei manufatti antichi e aveva
costituito una tipologia museale “d’arte e industria”, caratteristica per quel
periodo, guardando come alto esempio il South Kensington di Londra ( poi Victoria
and Albert Museum ), un modello replicato con varianti specifiche in Europa
per tutto l’Ottocento. L’attuale Museo d’Arte Applicata del Castello trae origine
dunque da quella coraggiosa iniziativa degli imprenditori milanesi.
Nel programma per la fondazione
del Museo d’Arte Industriale, curato dall’associazione stessa neil 1873
( presidente era Antonio Berettay ) si prevedeva una scuola d’arte popolare
con indirizzo professionale, strettamente collegata al museo. Si trattò
in pratica di una scuola di disegno, effettivamente avviata, ma con difficoltà
e per breve tempo, nonostante l’alto numero di allievi. Nel 1877, infatti,
l’Associazione si sciolse cedendo al Comune, con apposita convenzione,
i suoi capitali, le raccolte, compresi i modelli per la scuola, i libri
d’arte, le fotografie e il mobilio. Il Comune si impegnava ad incrementare
le collezioni e la scuola, che avrebbe dovuto colmare una lacuna, mancando
ancora in città uno specifico insegnamento di disegno “applicato
alle industrie”. Introdurre un’attività didattica appariva anzi
il modo migliore per rendere proficua la realtà del museo, altrimenti
destinata a rimanere, si noti il paradosso, “semplice esposizione di
oggetti”.

Accadde purtrtroppo che le opere d'arte industriale all'interno del Museo Artistico Municipale venissero subito deprezzate in quanto "arti minori", come risulta dalla prima guida del Mongeri. Dell' Associazione Industriale e del suo museo non rimase traccia se non nello statuto della scuola laddove la si dichiarava annessa al "Museo Artistico industriale", un 'entità ormai cancellata come soggetto autonomo: si trattava in realtà del nuovo museo civico, correttamente menzionato dal "Regolamento", che fu redatto poco dopo la descrizione dei vari corsi per istruire gli allievi nell'applicazione del mestiere da essi esercitato. Nel bilancio dell'ente era comunque prevista una somma consistente per arricchire le collezioni industriali di detto museo, cosa che avvenne in seguito con regolarità ed esiti spesso molto significativi. Basti pensare all'acquisto del celebre calice sforzesco, forse di Ludovico il Moro, avvenuto nell'anno 1900 con i fondi destinati alle suppellettili della Scuola, un oggetto considerato non solo modello di industria artistica milanese del Rinascimento, ma memoria storica della dimora ducale appena restaurata dal Beltrami. La Scuola, infatti, era stata trasferita al Castello già nel 1896, mentre il Museo, riallestito, vi fu inaugurato solo nel maggio di quattro anni dopo.
Compilando i cataloghi sistematici delle collezioni d'arte applicata è facile riscontrare sia gli acquisti fatti dalla direzione del museo per la scuola, soprattutto nel settore dei mobili antichi e degli arredi lignei, sia quelli promossi direttamente dalla scuola per le proprie raccolte didattiche. Tuttavia, quando si trattava di opere di particolare qualità artistica o valore storico, la funzione didattica passava in secondo piano rispetto alle esigenze della conservazione e gli elaborati venivano affidati alle cure del museo, dove gli allievi potevano comunque continuare ad ammirarli e riprodurli. La preoccupazione di riaffermare la finalità didattica del museo è un dato persistente negli orientamenti culturali dell'amministrazione comunale milanese all'inizio del secolo. Un esempio molto significativo è rappresentato dall'acquisto della collezione Mora, 1908, che ha determinato la fisionomia della raccolta dei mobili al Castello Sforzesco con I 'introduzione di circa 600 opere in gran parte storicamente qualificanti. I Mora erano mobilieri specializzati nella realizzazione di arredi in stile neorinascimentale e neo-barocco e, per avere modelli da riprodurre, avevano raccolto cospicui esemplari antichioriginali di provenienza lombarda, un vero e proprio museo che veniva posto in liquidazione per dissesti finanziari dell'azienda. Grazie all'interessamento dello storico dell'arte Francesco Malaguzzi Valeri il Comune di Milano avviò rapidamente trattative, subentrando al South Kensington Museum che si era mostrato disponibile all'acquisto. Questo patrimonio venne sottoposto, per un parere di merito e per la valutazione economica, al giudizio di varie personalità dell'arte e della cultura tra cui Pier Fausto Bagatti Valsecchi e Carlo Vicenzi, ispettore del Castello, ma furono determinanti in sede di dibattito consiliare, le opinioni favorevoli espresse da Francesco Novati e da artisti come Ludovico Pogliaghi e Luigi Cavenaghi, pittore e restauratore, primo direttore della Scuola d'Arte. L'acquisto venne deciso impiegando il denaro del legato Sommariva Seilliére che sarebbe dovuto essere destinato a sostenere l'arte moderna locale, variandone pertanto la destinazione precedentemente decisa, con I'approvazione della maggioranza dei consiglieri. Tra questi si distinse per chiarezza di posizioni Luigi Vittorio Bertarelli, ricordato tra i fondatori del Touring Club, il quale incentra il suo intervento di sostegno all'acquisto suI principio della funzione educatrice dei musei per formare il gusto estetico dei moderni artefici, con ciò raccordandosi agli intenti a cui si voleva già destinare il legato.
Nelle relazioni a stampa del periodo non
e' precisato, ma il riferimento indubbiamente si indirizzava all'esperienza
costruttiva della scuola d'arte che operava nel Castello a stretto contatto
con le collezioni civiche. E’ nota la presenza assidua della Scuola in numerose
esposizioni nazionali e internazionali: dai suoi primi anni di vita ( Torino
1884 e Anversa 1886 ), fino al 1940 ( Triennale di Milano ).
Fu senz'altro anche grazie all'attivita'
della Scuola che si mantenne vivo l'interesse per le "arti decorative industriali
e moderne" da parte delle direzioni museali: queste procuravano regolarmente
oggetti d’arte del Novecento per le collezioni civiche, vetri e ceramiche,
soprattutto nell’ambito delle varie Biennali di Monza e Venezia e Triennali
di Milano, acquistando non solo dalle aziende espositrici, ma anche da
altre scuole d’arte straniere. La pratica di queste acquisizioni, purtroppo
in gran parte perdute per i gravissimi danni della guerra, restò
in vigore fino agli ultimi anni Trenta; lo stesso limite temporale si registra
per gli appuntamenti espositivi della Scuola.
Il percorso di sviluppo della Scuola
e delle raccolte d’Arte Applicata ha dunque segnato tappe di vera e propria
cooperazione e di reciproca integrazione, almeno finché era viva
I'esigenza di sostenere le professioni manifatturiere di tipo artistico-artigianale
legate prevalentemente alIa lavorazione diretta dei materiali ( pietra,
metalli, ceramica, legno, stoffa, carta e cosi via ). Ma quanto più
il museo del Castello Sforzesco perdeva nel dopoguerra la connotazione
didattica ( l'allora direttore, Costantino Baroni, criticava duramente quello
che ormai pareva essere diventato un "museo di modelli a disposizione della
Scuola " ) e apparivano superate le tradizionali forme d'insegnamento, non
corrispondenti alle mutate esigenze della società produttiva, tanto
più queste istituzioni si allontanavano da una strada comune, ognuna
alIa ricerca di una nuova identità.
Claudio Salsi
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Storia della Scuola d'Arte del Castello
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notizie dalla scuola d'arte applicata
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Il nostro foglio :
"CASTELLO OGGI"
Perché questa
testata per il nostro foglio?
Luigi
Timoncini |
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arte applicata oggi
Quando capita di
sentire parlare d'arte, la s'intende usualmente con la A maiuscola, sia essa
arte antica, alla quale si dedica venerabile rispetto, oppure arte di
attualità contemporanea, che porta con sé enigmatiche risposte, troppo
spesso velata da una patina di impenetrabile concettualismo. Il linguaggio
artistico ha sempre cercato di sottoporre all'umanità un'attenzione ed un
interesse per qualcuno o qualche cosa. Arte riconosciuta subito o rifiutata
al momento per scomodità e riconosciuta poi.
Pietro Nimis
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